Ripartono i bastimenti
Lavoro dequalificato e disoccupazione al Mezzogiorno
Nessuna statistica è più soggettiva e controvertibile di quelle relative al mercato del lavoro: valutare con accettabile margine di sicurezza quante persone, in una data regione, cerchino attivamente lavoro, quante siano disoccupate nonostante aspirino a ricoprire un posto di lavoro, quante siano pienamente occupate, in attività regolari o irregolari, quante ne emigrino o ne immigrino, è valutazione ardua. E tale compito nel Mezzogiorno è reso di sicuro più diffìcile dalle acrobazi e contabili dell'Istituto Centrale di Statistica che, reinventando e modificando i criteri di rilevazione dei fenomeni, impedisce una valutazione puntuale dei fenomeni di disoccupazione e di emigrazione nelle regioni meridionali Tanto per fare un esempio concreto, ma non casuale: se decido di modificare il criterio di contabilità delle persone che cercano attivamente lavoro e di renderlo più restrittivo, la popolazione attiva rilevata diminuirà e, di conseguenza, il medesimo numero di disoccupati determinerà, come per incanto, un più basso tasso di disoccupazione. Un simile effetto cosmetico ha permesso nell'ultimo biennio, unitamente alla diffusione di lavori precari e a tempo parziale, eroiche affermazioni sull'incremento dell'occupazione nel Mezzogiorno d'Italia.
Ma la realtà ci pone di fronte ad alcuni incontrovertibili fenomeni, le cui tendenze sono evidenti pur nell'impossibilità di un calcolo accurato. A seguito del processo di stagnazione l'economia meridionale ha registrato una contrazione netta ed una ricomposizione dell'occupazione. La caduta delle esportazioni e degli investimenti, parzialmente attenuata dall'andamento della spesa pubblica delle istituzioni regionali, ha determinato non solo una perdita secca, nel Mezzogiorno, di quasi 40 mila posti di lavoro nell'ultimo biennio, ma anche un diverso peso dei settori e dei fenomeni di precarietà: cade la quota dell'occupazione stabile, a tempo indeterminato, nel!'industria manifatturiera ed aumenta la rilevanza dei lavori precari nel settore dei servizi. Si determinano contraddizioni sociali ancora non del tutto esplorate: il sistema produttivo, nella migliore delle ipotesi, esplicita una domanda di lavoro dequalificata, frammentaria e priva di tutela sindacale e sociale; l'offerta di lavoro, soprattutto di chi si affaccia sul mercato in cerca della prima occupazione, esprime, nella componente meno qualificata, richiesta di continuità e di tutela, e, nel segmento più scolarizzato o professionalizzato, inserimenti adeguati.
Poiché entrambe tali richieste non sono soddisfatte assistiamo all'apparente paradosso di intensi flussi di immigrazione e di vistosi fenomeni di emigrazione. La richiesta di lavoro dequalificato è soddisfatta ricorrendo all'immigrazione extracomunitaria e, al contempo, riprende l'emigrazione verso il nord. Il fenomeno assume aspetti solo in parte simili: i ragazzi che emigrano, in prevalenza nella fascia di età tra i 25 ed i 29 anni, hanno provenienza e destinazioni diverse. Chi è caratterizzato da scarsa scolarizzazione, in genere i nuovi emigranti campani, si sposta prevalentemente in Emilia Romagna verso il settore meccanico. E un terzo di questa emigrazione avviene senza cambio di residenza; chi è fornito di diploma o di laurea si sposta verso la Lombardia e, in parte, il Lazio. Si stabiliscono reticoli di solidarietà e mediazioni amicali nella ricerca del "posto" e nell'ammortizzare il trauma del trasferimento che, a differenza degli anni '60, coinvolge strati sociali più estesi. Disoccupazione, precarietà ed emigrazione, osserva la Svimez, mutano a Sud finanche i comportamenti nuziali e riproduttivi; si modifica la composizione sociale delle città. Le università del sud, in presenza di ferrei vincoli di bilancio, forniscono in misura crescente professionalità alle regioni settentrionali.
Chissà se mai il federalismo fiscale leghista terrà conto di simili modalità di finanziamento occulto.
3 giugno 2005